La laguna della Memoria

Quanti ricordi sono legati alla Laguna di Caorle? Quanti agli antichi riti della pesca che ormai sono andati quasi del tutto perduti? Con un misto di nostalgia e voglia di preservare una tradizione quasi integralmente tramandata oralmente, qualche anno fa, l'Associazione per la Laguna di Caorle e Bibione (che da anni si batte affinché venga istituito un parco lagunare), con il contributo fondamentale della provincia di Venezia, diede vita al progetto “La Laguna della Memoria” che permise di raccogliere le testimonianze di vecchi pescatori ed uomini che in gioventù vissero appieno l'esperienza della vita in “casone” e della pesca lagunare: 50-60 anni possono sembrare un lasso di tempo relativamente breve, ma tanto è bastato perché molto di ciò che era stato rischiasse di essere dimenticato. Una parte 005 001fondamentale di quell'opera di raccolta ha consentito di “ridare lustro” agli antichi “riti” della pesca in laguna: tra i principali vi era quello della “Fraima”, parola che deriva dal latino “Infra-Hieme”, ovvero sotto l'inverno, espressione che si può tradurre anche come alle porte dell'inverno. L'8 settembre, la marineria caorlotta si radunava presso il porto peschereccio di Caorle e, dopo una cerimonia religiosa, si trasferiva a bordo delle imbarcazioni dell'epoca verso la laguna di Caorle. Qui i pescatori, insieme a moglie e figli, dimoravano nei casoni, i tipici capanni di canna palustre tanto amati dallo scrittore americano Ernest Hemingway, fino al 22 dicembre. Durante questo periodo veniva praticata la pesca nei placidi canali lagunari, utilizzando la cosiddetta tecnica della pesca “a tratta”, con delle reti particolari che venivano tese tra più imbarcazioni o tra una imbarcazione ed i pescatori che camminavano lungo le sponde del canale. Le reti, accarezzando il fondale grazie a dei piombi, venivano trascinate per poter catturare il pesce, che nel periodo della Fraima spesso comprendeva l'anguilla (specie per la quale da anni si sta tentando un consistente ripopolamento). Il trasferimento dal borgo di Caorle alla laguna aveva anche un altro nome, legato alla fede cristiana ed alla devozione mariana da sempre profonde nei cuori della marineria caorlotta. Veniva, infatti, chiamato anche “Madonna dei fagotti” perché l'8 settembre è la data in cui ricorre la festa della Natività della Vergine e proprio in quella data le famiglie dell'epoca raccoglievano le loro cose in “fagotti” appunto e chiedevano alla Madonna di proteggerli durante l'inverno passato in laguna. Era una vita dura, dunque, quella dei caorlotti, ma grande era il calore che derivava dalle storie di vita raccontate nel casone, stretti attorno al fogher (il focolare centrale che scaldava il capanno), mangiando polenta ed il “broeto de pesse” in una dimensione di semplicità e di vita vissuta nel pieno rispetto dei cicli naturali. Se la pesca, dunque, era la principale attività dell'epoca (prima della scoperta del turismo, Caorle era una località dove si combatteva quotidianamente contro la miseria), tra gli intervistati all'epoca della redazione del libro-intervista “La laguna della memoria”, c'era anche chi ricordava con malinconia i tempi passati a cacciare nelle valli lagunari. Addirittura qualcuno di loro aveva avuto la possibilità di cacciare con il barone Nanuk Franchetti e con Hemingway: di quest'ultimo, in particolare, veniva ricordata la passione per la caccia all'anatra, la scarsa mira e l'attenzione che lo scrittore riservava ai momenti di riflessione e scrittura. Non va dimenticato che il giornalista e scrittore americano si innamorò talmente tanto della laguna di Caorle, della sua gente e delle valli dove cacciava da descriverle nel suo romanzo “Di là dal fiume e tra gli alberi”.
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