La laguna della Memoria 2°

Sono ancora qui con noi: sono le memorie di un passato

così lontano ma anche così vicino. Lontano per le trasformazioni che il turismo ha portato nella vita dei caorlotti, ma così vicino perchè la comunità di Caorle non ha mai scordato le proprie origini: quelle di un borgo di pescatori che viveva grazie alle risorse che la natura poteva offrire. Una natura rispettata dagli uomini dell'epoca che vivevano a stretto contatto con essa. Ce lo ricordano i testimoni de “La Laguna della Memoria”, progetto che ha permesso di tradurre per iscritto tradizioni tramandate fino a quel momento per lo più oralmente.

Tra questi ricordi, c'è anche quello della laguna com'era un tempo, quando le “valli” non erano ancora state chiuse e l'acqua circolava più copiosa tra i canali lagunari. A quel tempo, le vie d'acqua della laguna, ancora ricche di pesce, venivano percorse costantemente dalle “batee” (piccole imbarcazioni) che cercavano di trovare i posti migliori per “a caada” (calare le reti). Addirittura tra le famiglie di pescatori che dimoravano nei casoni sparsi per la laguna, c'era chi si teneva d'occhio  i “concorrenti” per verificare che qualcuno non sorprendesse gli altri uscendo prima a pescare per recuperare più pesce. Non era però un mondo meschino: duro, difficile (si andava a dormire coperti da “stramassi de scartossi”, coperte di stracci, ed ancora vestiti), ma le famiglie caorlotte, che si conoscevano tutte, si aiutavano in caso di difficoltà.

116 001Nella prima parte di questo “excursus” alla ricerca delle origini di Caorle, vi avevamo parlato della “fraima” e del periodo passato in inverno con le famiglie per pescare. In primavera, invece, la pesca  era dedicata al cosiddetto “novellame”, il pesce appena nato: tra la fine di marzo e l'inizio di aprile, si andava in laguna con reti a maglie molto strette per catturare il pesce di piccole dimensioni. Si cercavano le zone della laguna dove l'acqua era più bassa e dove il pesce, quindi, rimaneva ammassato: dopo averlo catturato, il pesce veniva portato al casone dove veniva riposto nelle “buse per el pesse bianco”, nelle “buse per bransini” e così via... E poi, una volta raccolta una quantità sufficiente, si portava il pesce al mercato per venderlo. Durante questo periodo, però, non tutto il pesce veniva pescato: se ne lasciava una certa quantità che veniva anche alimentato dagli stessi pescatori con granchi catturati lungo le spiagge. Niente di paragonabile all'attuale pescacoltura, ma questo atteggiamento dimostrava una certa cura da parte dei pescatori per la preservazione della risorsa.

La vita dei caorlotti aveva anche strane e particolari usanze: una delle più curiose era quella legata all'utilizzo dei soprannomi ed a come si tramandavano e si tramandano tutt'oggi. Esistevano i soprannomi di famiglia: c'era chi veniva chiamato “Fumui” perchè dal casone usciva sempre fumo, chi “Bronsa” perchè cucinava sulle braci, chi ancora “Anareta” perchè aveva la passione della caccia (alle anatre). La fantasia dell'epoca era sicuramente maggiore di quella che c'è oggi, non credete? Oltre a questi soprannomi, c'erano anche quelli che, invece, erano assegnati personalmente per una condizione particolare della persona in questione: in questo caso, il soprannome veniva (e viene) tramandato al primo figlio maschio. Finchè la stirpe maschile continua, il soprannome sopravvive, altrimenti si perde con l'ultimo maschio.

Per chi volesse approfondire la conoscenza delle antiche usanze lagunare, è disponibile il volume “La laguna della memoria” in formato pdf scaricabile all'indirizzo: www.parcolagunare.it/la-laguna-della-memoria/

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